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Ho impiegato anni a trovare le parole giuste per descrivere quello che Roberto Zamperini mi ha trasmesso attraverso la sua ricerca. Non perché i concetti fossero difficili — erano precisi, anzi, con una chiarezza che raramente ho trovato altrove. Ma perché certe conoscenze richiedono tempo per diventare esperienza. E solo quando diventano esperienza trovano le parole giuste.
Una di queste conoscenze riguarda qualcosa che tutti percepiamo ma che quasi nessuno riesce a nominare con precisione: il fatto che ogni essere umano risponde alla vita in modo radicalmente diverso dagli altri, anche nelle stesse identiche circostanze. Non è una questione di carattere, nel senso in cui lo intendiamo di solito. Non è educazione ricevuta, non sono i traumi, non è nemmeno la cosiddetta resilienza. C’è qualcosa di più antico, più strutturale, che precede tutto questo e che orienta — spesso senza che ce ne accorgiamo — il modo in cui pensiamo, amiamo, creiamo, resistiamo, ci trasformiamo.


Roberto lo aveva individuato con una precisione che ancora oggi mi lascia senza parole. E lo aveva chiamato con un nome che viene da una tradizione di pensiero antichissima, riletta però con un approccio rigorosamente razionale e occidentale: i Sette Raggi.

Non è quello che pensi


La prima volta che senti parlare di Sette Raggi, la mente va subito da qualche parte — astrologia, chakra, tipologie della personalità, qualcosa di vagamente new age. Capisco. Anche io ho avuto quella reazione, all’inizio.
Ma i Sette Raggi non sono niente di tutto questo. Sono qualcosa di molto più preciso, molto più sobrio, e — una volta che inizi a vederli — molto più difficile da ignorare. Sono qualità archetipiche fondamentali che strutturano la realtà e si manifestano attraverso di noi. Non descrivono chi sei. Mostrano come sei fatto energeticamente, a un livello che la psicologia da sola non riesce a raggiungere.
Quando ho cominciato a riconoscerli — in me, nelle persone vicine, nelle dinamiche che si ripetevano anche quando non avrei voluto — qualcosa è cambiato nel modo in cui mi guardavo. Non è stata una rivelazione improvvisa. È stata qualcosa di più simile a una quiete: la sensazione di aver sempre saputo qualcosa che finalmente trovava le parole giuste.

Quello che so con certezza.


So che esistono sette qualità di questo tipo. So che ognuna ha una luce e un’ombra — e che nessuna è migliore delle altre. So che nessuno di noi ne porta una sola, ma una combinazione precisa che colora tutto: il modo in cui pensiamo, il modo in cui amiamo, il modo in cui il nostro corpo risponde allo stress, il modo in cui prendiamo le decisioni più importanti della nostra vita.
E so che riconoscere la propria combinazione — non come etichetta, ma come specchio energetico — è una delle esperienze di autoconoscenza più oneste e precise che abbia mai incontrato in anni di ricerca e di pratica.
Il resto — cosa sono esattamente questi sette principi, come si manifestano, come si riconoscono in sé e negli altri — è qualcosa che si capisce davvero solo quando viene trasmesso nel modo giusto. Con il tempo necessario. Con gli esempi giusti. Con la possibilità di fermarsi, tornare indietro, lasciare che il concetto sedimenti.
Per questo esiste il corso. Ma di quello vi parlerò presto.
Per ora vi lascio con una sola domanda: c’è un modo in cui reagite alla vita che si ripete sempre, anche quando non vorreste?
Tenetela con voi. Ci torneremo.
Sonia Germani Zamperini
CRESS — Centro Ricerche Energie e Sistemi Sottili

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