UN RACCONTO AUTOBIOGRAFICO.

Avevo otto anni e stavo giocando a nascondino con una mia amica in un corridoio che collegava casa nostra alla fabbrica dove mio padre era custode. Corro verso la tana, la colonna vicino alla grande porta-finestra, lei mi dà una spinta senza volerlo e io sfondo il vetro con la mano.
Ricordo ancora quell’immagine, il momento in cui dovetti sfilare la mano e l’avambraccio da quel groviglio di vetri in frantumi. L’impatto aveva reciso le vene, il sangue schizzava fino al soffitto e la mano sembrava sul punto di staccarsi: erano stati lesionati anche i tendini.
Corro verso casa urlando “Mamma!”.
Lei mi apre la porta, capisce in un istante la drammaticità della situazione, mi abbraccia e usciamo sulla strada.
Mia madre non ha mai avuto la patente e, per caso — o per quella casualità che a volte sembra qualcosa di più — passa una volante della polizia che naturalmente si ferma. Ci invitano a salire e, a sirene spiegate, si dirigono verso un ospedale. Nel frattempo un poliziotto dice a mia madre di strapparsi un lembo del vestito per creare un laccio emostatico da stringere sopra il profondo taglio e continua a ripetere:
“Non la faccia addormentare”.
Avevo sonno, stavo morendo dissanguata, ma mia madre è stata bravissima, mi ha mantenuta sveglia, sentivo la sua disperazione ma con me interagiva in modo eccelso, con calma e con amore.
Avevo otto anni.
Due ospedali, una sala operatoria, cinque ore
Raggiungiamo il primo ospedale che, non essendo specializzato nel riallaccio vascolare, mi pratica una terapia antiemorragica per rallentare la perdita di sangue.
Il secondo ospedale inizialmente non volevano prendermi: era una patata bollente, un’operazione difficile su una bambina che aveva già perso moltissimo sangue, ma ero accompagnata dalla polizia che fece presente che se non mi avessero presa, ne avrebbero dovuto rispondere personalmente.
E allora vedo arrivare verso di me un medico con il camice bianco, la sua silhouette incorniciata da una luce intensa: mi prende in braccio e mi porta direttamente in sala operatoria.
Cinque ore di intervento.
Le vene vennero riallacciate, ma nessuno sapeva se avrei mai potuto recuperare completamente l’uso della mano. Lo recuperai integralmente e, cosa ancora più sorprendente, rimossi completamente l’accaduto: non avevo paura del sangue, non avevo paura del vetro, era come se quell’incidente non fosse mai esistito, un classico meccanismo di rimozione.
La paura senza nome
Gli anni passarono. Diventai adulta, iniziai a viaggiare, a lavorare, a costruire la mia vita. Eppure c’era qualcosa che mi accompagnava ovunque senza che riuscissi a comprenderlo, qualcosa di difficile da definire ma che, se dovessi darle un nome, chiamerei semplicemente paura di morire. Ogni volta che arrivavo in un posto nuovo, la prima domanda era sempre la stessa:
«Dov’è l’ospedale più vicino?»
Ci sono voluti trent’anni, uno studio medico, Roberto Zamperini e una Memoria Energetica per capire che cosa stesse succedendo davvero.
Quello che il sistema nervoso non dimentica
Le neuroscienze contemporanee ci mostrano con sempre maggiore chiarezza quanto le esperienze vissute nei primi anni di vita possano lasciare tracce profonde. Tracce che non riguardano soltanto i ricordi coscienti o le emozioni, ma il modo stesso in cui il sistema nervoso impara a leggere il mondo e a reagire ad esso.
Un bambino che cresce in un ambiente sicuro sviluppa un sistema nervoso che si fida; un bambino che cresce in un ambiente caotico, doloroso o imprevedibile sviluppa strategie di adattamento precise, intelligenti, costruite per garantire la sopravvivenza in quel contesto specifico.
Il problema non è che quelle strategie esistano, il problema è che continuano a operare molto tempo dopo che il contesto che le ha generate è scomparso.
Così un adulto si ritrova a reagire con un’intensità sproporzionata a situazioni che non rappresentano alcun pericolo reale, a costruire muri dove vorrebbe costruire ponti, a cercare l’uscita proprio quando la vicinanza sarebbe possibile.
Non è debolezza, non è mancanza di volontà, sono programmi costruiti nel tempo, quando il sistema stava imparando a proteggersi.
La notizia importante — quella che cambia tutto — è che quei programmi non sono permanenti. Il cervello possiede una capacità straordinaria di modificarsi: la neuroplasticitàdimostra che nuove esperienze, nuovi apprendimenti e nuovi stati di consapevolezza possono generare nuove connessioni, nuove possibilità.
Il passato partecipa alla costruzione della nostra storia ma non ne scrive l’ultima pagina.
Socrate lo diceva con tre parole soltanto: conosci te stesso — non come invito alla riflessione astratta, come atto rivoluzionario, come punto di partenza di qualsiasi trasformazione autentica, perché non si può cambiare quello che non si riconosce.
Roberto Zamperini e le Memorie Energetiche
Roberto Zamperini questa cosa la chiamava con un nome preciso: Memoria Energetica.
Non un ricordo nel senso comune del termine, qualcosa di più profondo e più fisico — un’impronta che non vive solo nella mente, ma nell’intero sistema umano.
Nel corpo, nelle emozioni, nelle abitudini, nelle reazioni che partono prima del pensiero, prima che tu abbia avuto il tempo di scegliere.
Roberto ha studiato queste impronte per decenni, incrociando la ricerca energetica con quanto la scienza andava scoprendo sui meccanismi biologici della memoria traumatica, il risultato è stato il sistema Cleanergy — uno strumento per lavorare sulle Memorie Energetiche in modo diretto, accessibile.
Nel Ciclo Monografico sui 7 Raggi, abbiamo visto come le caratteristiche del nostro Raggio dominante creino una corsia preferenziale verso certe attitudini comportamentali e mentali.
Riconoscere il proprio Raggio è già un primo passo: sapere quali carte ho in mano, come giocarmele meglio, e quali potrei sviluppare di più.
Ma una volta riconosciuto questo, arriva il momento dell’operatività.
E qui entrano in gioco le Memorie Energetiche.
Non sostituiscono il percorso da fare — nessuno strumento lo fa — ma alleviano il peso che portiamo durante quel percorso, restituendoci vitalità per affrontare i conflitti e i nodi della nostra storia.
Che il percorso sia energetico, che sia psicologico, che sia entrambe le cose insieme e molto di più. Ogni esperienza significativa lascia un segno e quello che non viene riconosciuto tende a ripetersi — non per punirci, ma perché cerca continuamente una possibilità di essere visto e integrato.
Lo studio del medico, Roberto e la neuralterapia
Un giorno eravamo nello studio di un medico, nostro amico e studente TEV, che ci stava spiegando la neuralterapia, un metodo che prevede l’utilizzo di procaina sul tessuto cicatriziale.
Secondo questo approccio la cicatrice presenta un potenziale di membrana diverso rispetto ai tessuti sani e può costituire una sorta di “rumore di fondo” capace di interferire con la comunicazione dell’organismo.
La procaina contribuirebbe a riequilibrare questo stato, favorendo una migliore comunicazione tra i tessuti.
Mentre il medico spiegava i principi della neuralterapia, Roberto si ricorda della mia cicatrice, prende il suo Midi Cleanergy con la Memoria Energetica LEGAMI — che aveva sempre inserita — e proietta l’azione del Midi direttamente sulla cicatrice, un’azione semplice che in una frazione di secondo mi genera una tempesta.
Mi invade un’ansia intensa, difficile da gestire, ma quasi contemporaneamente — in un lampo, non come pensiero ragionato ma come comprensione immediata — capisco.
Quella paura dei posti nuovi. Quella domanda sull’ospedale. Era il trauma ancora lì, attivo nel tessuto cicatriziale, che continuava a generare una risposta di allerta trent’anni dopo l’incidente.
Il sistema non aveva dimenticato niente. Stava solo aspettando di essere riconosciuto.

LEGAMI — il tessuto più antico
Tra tutte le Memorie Energetiche che Roberto ha studiato e che io porto avanti nel lavoro del CRESS, LEGAMI è quella che tocca il tessuto più antico. I legami che abbiamo vissuto — con chi ci ha cresciuti, con chi ci ha amati, con chi ci ha feriti, con chi non c’era quando avremmo avuto bisogno — non sono eventi del passato archiviati da qualche parte.
Sono pattern attivi, che continuano a modellare il modo in cui ci avviciniamo alle persone, il modo in cui chiediamo e offriamo amore, il modo in cui ci allontaniamo quando la vicinanza spaventa.
Non si tratta di colpa — né nostra né di chi ci ha preceduto — si tratta di schemi appresi, di adattamenti intelligenti che un tempo avevano un senso e che oggi possono essere trasformati.
Lavorare con la Memoria Energetica LEGAMI non significa riaprire ferite, significa riconoscere quello che è rimasto in sospeso, e dare al sistema la possibilità di riorganizzarsi.
La ferita diventa esperienza, l’esperienza diventa conoscenza, la conoscenza, finalmente, diventa libertà.
Conoscere se stessi, oggi come ai tempi di Socrate
Platone racconta che Socrate girava per Atene facendo domande scomode, non per infastidire — per aiutare le persone a vedere quello che non riuscivano a vedere da sole.
Sosteneva che una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta. Parole grosse, lo so, ma voleva dire una cosa semplice: vale la pena guardarsi. Vale la pena fermarsi e chiedersi perché si reagisce come si reagisce, perché si sceglie quello che si sceglie, perché certi schemi continuano a ripresentarsi.
Oggi abbiamo strumenti che Socrate non aveva. La neuroscienza ci dice che il cervello può cambiare. La ricerca di Roberto Zamperini ci dice come lavorare sulle impronte che il passato ha lasciato nel sistema. E l’esperienza di chi ha fatto questo percorso — la mia compresa — dice che la trasformazione è possibile. Non facile, non immediata, ma possibile.
Il primo passo, come sempre, è il riconoscimento.
Se senti che i legami della tua storia meritano attenzione — se ti riconosci in qualcuno degli schemi che ho descritto — la Memoria Energetica LEGAMI è uno strumento concreto per iniziare questo lavoro.
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