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Ma rende più umano il morire.

Ogni estate ce ne accorgiamo con maggiore evidenza. Le città diventano sempre più calde, l’asfalto trattiene il calore, il cemento lo restituisce fino a tarda notte e vivere negli spazi urbani diventa faticoso, soprattutto durante le ondate di calore.

In questi giorni di luglio, con temperature che mettono a dura prova bambini, anziani e persone fragili, si parla molto dell’importanza degli alberi, dei parchi e del verde urbano. Non è soltanto una questione estetica.

Gli alberi abbassano la temperatura dell’aria attraverso l’ombra e l’evapotraspirazione, migliorano la qualità dell’aria, riducono l’inquinamento acustico, favoriscono la biodiversità e rendono le città più vivibili. Sempre più studi dimostrano che vivere in ambienti ricchi di natura migliora anche il benessere psicologico, riduce lo stress, favorisce il recupero delle energie mentali e contribuisce persino alla salute cardiovascolare.

La natura, quindi, non è un semplice elemento decorativo. È parte integrante della nostra salute.

Eppure c’è un aspetto di cui si parla molto meno.

Se gli alberi fanno bene a chi vive e lavora nelle città, quanto possono essere importanti per chi sta affrontando la fase più delicata della propria esistenza?

Questa riflessione nasce da due esperienze personali che porto nel cuore.

Quando Roberto era ricoverato, dalla finestra della sua stanza si vedeva un grande platano. Lo osservava spesso. Seguiva il movimento delle foglie, il vento tra i rami, il mutare della luce durante la giornata. Quel platano era diventato una presenza silenziosa. Un frammento di vita che continuava oltre le pareti dell’ospedale.

Qualche anno dopo, anche mio padre trascorse un periodo ricoverato.

Dalla sua finestra, però, non si vedeva nulla.

Solo una parete bianca.

Un giorno mi disse una frase che non ho mai dimenticato:

«Prova tu a stare tutta la giornata a guardare una parete bianca.»

In quelle poche parole c’era tutta la sofferenza di chi perde il contatto con il mondo esterno. Quando il corpo non permette più di muoversi liberamente, ciò che entra da una finestra può diventare l’unico legame con la vita che continua.

Oggi sappiamo, anche grazie alle ricerche sulla psicologia ambientale e sulle cure palliative, che la presenza della natura riduce l’ansia, attenua il dolore percepito, diminuisce l’agitazione e il senso di isolamento. Persino la semplice vista di un albero dalla finestra può contribuire al benessere di una persona ricoverata.

La natura non guarisce dalla morte.

Credo che questo dovrebbe farci riflettere sul modo in cui progettiamo gli ospedali, gli hospice e le residenze per anziani.

Forse, prima ancora di domandarci quali macchinari installare, dovremmo chiederci:

  • Che cosa vedrà questa persona per ore, ogni giorno?
  • Potrà osservare un albero cambiare con le stagioni?
  • Vedrà il cielo?
  • Seguirà il passaggio delle nuvole?
  • Sentirà il canto degli uccelli?
  • Avrà la possibilità di raggiungere un piccolo giardino, anche solo per qualche minuto?

Sono domande che sembrano semplici.

In realtà parlano di dignità.

Perché un essere umano non ha bisogno soltanto di cure mediche. Ha bisogno di continuare a sentirsi parte del mondo.

Forse dovremmo smettere di considerare il verde un costo e iniziare a riconoscerlo come un investimento in salute, qualità della vita e umanità.

La bellezza non è un lusso.

Nei momenti più fragili della nostra esistenza diventa una forma di cura.

E ogni volta che penso a Roberto, il ricordo di quel grande platano mi restituisce un’immagine di pace. Non era soltanto un albero. Era una presenza discreta che, giorno dopo giorno, gli ricordava che, oltre quella finestra, la vita continuava a respirare.

Forse è proprio questo il dono più grande della natura: ricordarci che apparteniamo a qualcosa di più vasto, anche quando il nostro orizzonte sembra restringersi.

Con Amore,

Sonia GZ

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