
C’è qualcosa di profondamente disturbante nella parola femminicidio, non soltanto perché indica l’uccisione di una donna, ma perché porta con sé l’idea di una donna uccisa in quanto donna, come se ciò che rappresenta, la sua libertà, la sua autonomia, la sua possibilità di scegliere, potesse diventare agli occhi di qualcuno una colpa da punire. Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che non accetta la sua decisione di interrompere una relazione, il suo rifiuto, il suo desiderio di andarsene o semplicemente il fatto che non voglia più appartenere a quella relazione, siamo davanti a qualcosa che riguarda certamente la responsabilità individuale dell’assassino, che non può essere attenuata né trasferita alla società, ma che allo stesso tempo ci costringe a interrogarci sul terreno culturale e simbolico nel quale determinate forme di violenza possono svilupparsi.
Ed è proprio in questo spazio, a mio avviso, che può essere interessante parlare di archetipi, purché si faccia una precisazione fondamentale: l’archetipo maschile non coincide con l’uomo e l’archetipo femminile non coincide con la donna. Sono immagini profonde, antiche, che attraversano la storia dell’umanità e che ritroviamo nei miti, nelle religioni, nelle fiabe, nella letteratura e nelle diverse rappresentazioni attraverso le quali l’essere umano ha cercato di dare un significato alla propria esperienza. Sono, in qualche modo, modelli simbolici attraverso i quali continuiamo ancora oggi a rappresentare noi stessi e l’altro, spesso senza rendercene conto.
Il femminile, nella sua dimensione archetipica, è legato alla vita, alla trasformazione, alla capacità di generare e di accogliere, alla relazione e alla ciclicità, ma anche a quella particolare forza che permette di cambiare forma, di attraversare le soglie e di sottrarsi a ciò che pretende di definirlo una volta per tutte. È un principio che non può essere completamente immobilizzato perché appartiene alla trasformazione stessa. E forse è proprio questa caratteristica, quando incontra una parte patologica e immatura del maschile, a poter diventare insopportabile: ciò che è libero, infatti, non può essere posseduto.
Una donna può scegliere di amare e può scegliere di non amare più, può decidere di restare e può decidere di andarsene, può cambiare idea, desiderare qualcosa di diverso, costruire una vita che non corrisponde alle aspettative di chi le sta accanto. Questa libertà non rappresenta un attacco all’uomo che la perde, anche se può essere vissuta come tale da chi ha costruito la propria identità sulla possibilità di esercitare un controllo sull’altra persona. È qui che l’amore può cominciare a deformarsi e a trasformarsi in possesso, perché quando l’altro non viene più percepito come un individuo autonomo ma come qualcosa che ci appartiene, la sua libertà diventa una minaccia.
Una separazione può provocare dolore, rabbia, disperazione, perfino un senso di perdita che sembra per un certo periodo impossibile da attraversare. Tutto questo appartiene alla fragilità dell’essere umano e non c’è nulla di patologico nel soffrire per la fine di una relazione. Il punto decisivo è ciò che facciamo di quella sofferenza. Possiamo attraversarla, chiedere aiuto, elaborare il lutto, riconoscere che una persona può non amarci più, oppure possiamo trasformare il dolore in una pretesa di controllo e convincerci che, se l’altro non vuole più stare con noi, allora abbiamo il diritto di impedirglielo. Ed è in questo passaggio che il sentimento cessa di essere amore, perché l’amore presuppone necessariamente l’esistenza dell’altro come essere libero.
Anche l’archetipo maschile, nella sua espressione più integra, merita di essere sottratto alla caricatura secondo la quale la forza dell’uomo coinciderebbe con il dominio. Il maschile maturo è forza, ma è una forza capace di contenersi, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e soprattutto di sostenere la propria vulnerabilità senza doverla trasformare in aggressività. Un uomo non diventa meno uomo perché prova dolore, perché viene rifiutato, perché piange, perché chiede aiuto o perché non riesce a controllare ciò che accade nella vita di un’altra persona. Al contrario, la capacità di attraversare il limite senza distruggere ciò che lo ha imposto è una delle forme più profonde della forza.
Il problema nasce quando questa forza viene separata dalla coscienza e viene identificata esclusivamente con il potere, con la conquista, con il controllo e con la capacità di imporsi. In una simile rappresentazione del maschile, perdere una donna può essere vissuto come perdere se stessi, come subire un’umiliazione, come vedere crollare la propria identità. Il suo rifiuto non viene più percepito come una scelta legittima dell’altra persona, ma come un’offesa personale alla quale reagire. E così l’autonomia della donna diventa una minaccia e una relazione che dovrebbe essere fondata sull’incontro tra due individui si trasforma progressivamente in una lotta per il controllo.
Ma esiste anche una ferita del femminile che vale la pena osservare, non certo perché abbia alcuna responsabilità nella violenza subita dalle donne, ma perché per secoli il femminile è stato educato alla sopportazione, alla cura dell’altro, alla mediazione, al sacrificio e alla capacità di ricucire ciò che si rompe. A molte donne è stato insegnato che essere buone significava essere disponibili, che amare significava comprendere e perdonare, che una relazione doveva essere salvata quasi a qualunque costo e che la propria felicità poteva venire dopo quella del compagno, dei figli, della famiglia.
Questa eredità non produce il femminicidio e non rende in alcun modo responsabile una donna della violenza che subisce, ma può contribuire a spiegare perché alcune forme di controllo vengano riconosciute troppo tardi o addirittura scambiate, all’inizio, per manifestazioni d’amore. La gelosia può essere interpretata come interesse, la richiesta continua di sapere dove siamo e con chi siamo può sembrare premura, il controllo del telefono può essere giustificato con la paura di perdere l’altro, l’isolamento dalle amicizie può essere presentato come desiderio di esclusività e una rabbia sproporzionata può essere romanticizzata come conseguenza di un amore troppo grande. Sono comportamenti che, presi singolarmente, possono sembrare persino banali, ma che diventano tutt’altro quando vengono osservati all’interno di una dinamica nella quale una persona pretende progressivamente di restringere lo spazio di libertà dell’altra.
Per questo credo che la prevenzione della violenza debba cominciare molto prima che la violenza si manifesti. E sono favorevole anche al reinserimento di una vera educazione sessuale e affettiva nelle scuole, non intesa semplicemente come trasmissione di informazioni biologiche sulla sessualità, ma come educazione alla relazione, al consenso, al rispetto del corpo proprio e altrui, alla gestione delle emozioni, alla capacità di riconoscere un confine e soprattutto alla comprensione che nessun rapporto affettivo autorizza una persona a possedere l’altra.
Un ragazzo dovrebbe poter imparare che essere rifiutato non significa essere umiliato e che la propria virilità non dipende dal numero di donne che riesce a conquistare o dalla capacità di imporsi su di esse. Una ragazza dovrebbe poter comprendere che non deve dimostrare il proprio amore rinunciando alla propria libertà e che una persona che controlla ogni suo movimento non sta necessariamente dimostrando quanto ci tiene a lei. Dovremmo insegnare ai nostri figli, maschi e femmine, che il consenso non è un dettaglio della sessualità ma uno dei fondamenti di qualsiasi relazione e che il desiderio dell’altro non può mai essere dato per scontato.
Forse dovremmo cominciare proprio da qui a ricostruire il rapporto tra maschile e femminile, non cercando di cancellare le differenze ma imparando a viverle senza trasformarle in gerarchie. Il femminile non ha bisogno di diventare maschile per essere libero e il maschile non deve rinunciare alla propria forza per diventare rispettoso. Abbiamo bisogno di un maschile capace di forza senza dominio e di un femminile capace di accoglienza senza sottomissione, di uomini che possano entrare in contatto con la propria vulnerabilità senza vergognarsene e di donne che possano esercitare la propria autonomia senza sentirsi colpevoli di mettere in crisi l’identità di qualcuno.
In fondo, ciò che il femminicidio porta all’estremo è proprio la negazione dell’alterità. L’altro smette di essere percepito come altro da sé e diventa una parte del proprio mondo che si pretende di controllare. È una concezione proprietaria della relazione che può assumere forme diverse e che, nella sua manifestazione più estrema, arriva all’annientamento fisico dell’altra persona.
Forse la trasformazione culturale di cui abbiamo bisogno passa invece dalla capacità di tornare a considerare l’incontro come incontro tra due libertà. Io non possiedo la persona che amo e non sono proprietario della sua vita, così come lei non è proprietaria della mia. Ci scegliamo, ci incontriamo, condividiamo una parte del nostro percorso e possiamo anche decidere, a un certo punto, di non percorrerlo più insieme. Questo può far male, può lasciare un vuoto enorme, può richiedere tempo e fatica per essere accettato, ma non può trasformare la libertà dell’altro in una colpa.
L’amore, quando è realmente amore, contiene anche la possibilità della separazione, perché riconosce nell’altro un essere umano e non un oggetto destinato a soddisfare i nostri bisogni. È forse questa la parte più difficile da accettare, ma anche quella più necessaria: amare qualcuno significa desiderare la sua presenza, non possederla. Significa poter soffrire quando se ne va senza trasformare quella sofferenza in una ragione per impedirgli di farlo.
E allora forse gli archetipi del maschile e del femminile possono ancora offrirci qualcosa, non come formule attraverso le quali spiegare la violenza e certamente non come giustificazione di ciò che non può essere giustificato, ma come immagini attraverso le quali ripensare una relazione più sana tra le due polarità. Un maschile che sappia riconoscere nella forza anche la capacità di contenersi, un femminile che sappia riconoscere nell’accoglienza anche la capacità di dire no, e soprattutto due esseri umani capaci di incontrarsi senza che nessuno dei due debba scomparire dentro l’altro.
Perché forse la vera alternativa alla cultura del possesso non è una guerra tra uomini e donne, ma una cultura dell’incontro nella quale la libertà dell’altro non venga più vissuta come una minaccia alla nostra identità.
E questa, prima ancora di essere una questione di legge o di cronaca, è una questione di educazione, di consapevolezza e di cultura.
E questa, prima ancora di essere una questione di legge o di cronaca, è una questione di educazione, di consapevolezza e di cultura.


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