
C’è stato un momento, non molti anni fa, in cui Internet mi sembrava una delle più grandi rivoluzioni mai avvenute nella storia dell’umanità, non tanto per la tecnologia in sé, quanto per ciò che aveva reso possibile: l’accesso alla conoscenza.
Prima di Internet, per trovare una determinata informazione potevi dover cercare un libro in biblioteca, consultare un’enciclopedia, conoscere qualcuno che sapesse indicarti dove cercare, oppure passare ore a recuperare materiale che non era necessariamente alla portata di tutti. Poi, quasi improvvisamente, una quantità enorme di informazioni è diventata accessibile a chiunque avesse una connessione.
Non significava che tutto quello che trovavamo fosse vero, naturalmente. Anzi, era esattamente il contrario: Internet ci obbligava a imparare a cercare, a confrontare le fonti, a distinguere una pubblicazione seria da una sciocchezza, un dato documentato da un’opinione, una ricerca scientifica da una pagina costruita per attirare clic.
Ma la conoscenza era lì.
E, soprattutto, era relativamente libera.
Oggi questa rivoluzione sta entrando in una nuova fase, perché non stiamo più semplicemente cercando informazioni: sempre più spesso stiamo chiedendo a una macchina di cercarle, selezionarle, confrontarle, interpretarle e restituircele già organizzate.
La trasformazione della Ricerca Google è un esempio evidente di questo passaggio. Oggi possiamo formulare domande molto più lunghe, complesse e specifiche rispetto alle tradizionali ricerche per parole chiave; l’AI può scomporre una domanda in più ricerche, mantenere il contesto delle domande successive e costruire una risposta integrando informazioni provenienti dal web. Google stessa presenta questa evoluzione come una nuova fase della Ricerca, nella quale non è più necessario limitarsi a poche parole chiave, ma si può chiedere alla macchina qualcosa nel modo più naturale possibile. (blog.google)
È comodo, naturalmente.
Ma c’è una differenza enorme tra cercare un’informazione e ricevere direttamente una risposta.
Quando cercavo qualcosa su Internet, dovevo entrare nei risultati, leggere, scegliere, confrontare. Dovevo fare un lavoro. Adesso posso formulare una domanda e ottenere in pochi secondi una sintesi che sembra già contenere il lavoro che avrei dovuto fare io.
E allora mi chiedo: se la macchina comincia a fare per noi anche il lavoro necessario per arrivare alla conoscenza, chi controllerà la conoscenza alla quale abbiamo accesso?
È una domanda che mi porta inevitabilmente a pensare a Julian Assange e alla sua idea della libera circolazione dell’informazione, spesso riassunta nella frase “information wants to be free”. Al di là delle controversie sulla sua persona e sulle sue vicende giudiziarie, c’è un principio che trovo ancora estremamente attuale: la possibilità di portare informazioni alle persone, sottraendole al controllo esclusivo di pochi soggetti.
Perché oggi stiamo assistendo a qualcosa di molto diverso.
L’informazione viene raccolta, acquistata, digitalizzata, elaborata e incorporata nei grandi sistemi di intelligenza artificiale.
E c’è una vicenda che trovo quasi simbolica.
Nel caso di Anthropic, documenti emersi durante una causa sul copyright hanno mostrato che l’azienda acquistò milioni di libri cartacei per poterli digitalizzare e utilizzarli nell’addestramento dei propri modelli. I libri venivano materialmente tagliati dalla rilegatura per rendere più rapida la scansione e, una volta ottenuta la copia digitale, gli originali venivano eliminati. La vicenda è documentata negli atti giudiziari e non è quindi una leggenda nata sui social. (Ars Technica)
Su altri aspetti della storia, in particolare riguardo all’acquisto e alla distruzione di libri molto vecchi o rari, sono circolate ricostruzioni più ampie che vanno trattate con maggiore cautela. Ma anche limitandoci alla parte documentata, l’immagine rimane potentissima: un libro viene comprato, aperto, letto da una macchina, trasformato in dati e poi può essere considerato sacrificabile, perché ciò che interessa non è più l’oggetto fisico ma il contenuto che è stato trasferito altrove.
E questa cosa mi fa pensare.
Per secoli abbiamo considerato il libro un contenitore della memoria umana. Un libro poteva sopravvivere al suo autore, passare da una generazione all’altra, essere conservato in una biblioteca, essere ritrovato dopo cento o duecento anni.
Ora possiamo arrivare a una situazione nella quale il libro viene considerato soltanto come il supporto temporaneo di un’informazione che deve essere estratta, digitalizzata e incorporata in un sistema.
Il libro può sparire.
L’informazione resta.
Ma resta dove?
E soprattutto: chi la possiede?
Questo, secondo me, è il punto sul quale dovremmo cominciare a riflettere seriamente.
Perché se milioni di libri, documenti, articoli e materiali vengono trasformati in dati che alimentano sistemi di intelligenza artificiale sempre più potenti, la questione non è soltanto chi detenga il copyright dei singoli contenuti. La questione è anche chi possieda il sistema capace di organizzare, interrogare e restituire quella conoscenza.
Potremmo avere un paradosso straordinario: per secoli l’umanità ha costruito biblioteche per conservare la conoscenza e Internet per renderla accessibile a un numero sempre maggiore di persone; adesso potremmo trasferire una parte enorme di quella conoscenza dentro sistemi privati, appartenenti a poche grandi aziende, e dover passare attraverso quei sistemi per accedere alla loro forma più potente e immediatamente utilizzabile.
E se domani le migliori intelligenze artificiali saranno accessibili soltanto attraverso abbonamenti sempre più costosi?
Se una persona con pochi soldi avrà accesso a un’AI limitata, mentre una persona ricca potrà utilizzare sistemi capaci di analizzare milioni di documenti, fare ricerca, elaborare dati, costruire strategie e sintetizzare in pochi secondi una quantità di conoscenza che un essere umano non potrebbe fisicamente gestire?
In quel momento la disuguaglianza non riguarderà più soltanto il possesso delle cose.
Riguarderà l’accesso alla conoscenza.
Oggi l’informazione è libera. Presto potrebbe non esserlo più.
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci prima che sia troppo tardi: se la conoscenza dell’umanità viene progressivamente assorbita dalle macchine, chi avrà le chiavi per accedervi?
Perché il vero potere, alla fine, potrebbe non essere possedere le informazioni.
Potrebbe essere decidere chi può interrogarle.
E questo, però, è soltanto il primo problema. Perché l’AI non sta cambiando soltanto il modo in cui accediamo alla conoscenza: sta cambiando anche il modo in cui pensiamo.


Lascia un commento