
Ferragosto affonda le sue radici nell’antica Roma. Il nome deriva da Feriae Augusti, le ferie istituite dall’imperatore Augusto nel 18 a.C., un periodo di riposo e celebrazione dopo le fatiche della raccolta estiva. In quei giorni, la vita rallentava: si organizzavano corse di cavalli, banchetti, offerte agli dei, segno di gratitudine per la fertilità della terra e il lavoro compiuto.
Il calendario agricolo e quello solare si intrecciavano profondamente. Ferragosto cade quando il sole, ancora potente, comincia il suo cammino verso l’equinozio d’autunno. È un momento di passaggio: l’abbondanza dell’estate si offre generosa, ma già s’intravedono i primi segni della stagione che verrà.
Un tempo sospeso in cui, simbolicamente, si “fanno scorte” non solo di cibo, ma anche di relazioni, pace e armonia interiore.
In agricoltura, un raccolto ricco nasce sempre da una combinazione di cura, pazienza e collaborazione: la giusta acqua, il giusto sole, le mani che lavorano insieme. Lo stesso vale per la vita sociale e per le relazioni tra i popoli. Senza armonia, senza rispetto reciproco, ciò che si raccoglie, nel migliore dei casi, è povero, sterile.
Come i contadini romani sapevano che trascurare la terra portava carestia, così oggi possiamo riconoscere che trascurare la pace e l’armonia porta solo a “brutti raccolti” per l’umanità intera. In questo Ferragosto, che lo si trascorra in viaggio, in festa o nel silenzio della propria casa, possiamo scegliere di seminare gesti di rispetto, coltivare dialogo estendendo il concetto oltre i confini personali e sostenendo chi vive in guerra, il mio pensiero va in particolare al popolo palestinese, affinché possa tornare a raccogliere in pace nei propri campi.
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SGZ
